Avevo letto sul Japan Times che il mercato del pesce più grande del mondo, Tsukiji, avrebbe traslocato. Se ne parlava già da due anni, ma contrattempi burocratici e sanitari facevano slittare la data ogni tre mesi. Avevo letto anche che il 6 Ottobre 2018 sarebbe stato l'ultimo giorno, prima di essere spostato su un’isoletta artificiale. I turisti là avranno un loro spazio per osservare le frenetiche operazioni ai banchi del tonno, separati da un rigoroso vetro che eviterà persino di fargli sentire la puzza di pesce. Il 29 Settembre è stato l’ultimo giorno utile per visitare il mercato. Il 4 ottobre parto in treno comunque. All’ingresso principale trovo un ragazzo, avrà avuto vent’anni non di più, quando attacco bottone mi dice che non si può entrare ma che se proprio voglio, devo aspettare che lui sia distratto. Lui si distrae e io entro. Mentre mi incammino mi chiama e da lontano mi dice “non farti investire da nessuno”. Gli faccio un cenno con la mano e vado.

 

L’atmosfera è surreale, il mercato così non l’avevo mai visto. Il pesce ancora nelle scatole di polistirolo da caricare nei Tir. C’è un’aria triste di abbandono, molti banchi stavano per essere smantellati e dopo qualche ora sarebbero arrivate gru e ruspe a demolire tutto. Tsukiji non era un bel posto, tutto acciaio e cemento – e forse anche amianto. Ben lontano dall’immagine romantica che abbiamo noi europei del mercato e dell’utilizzo di strutture dal valore storico. Ma qui in Giappone si sa, quando qualcosa non serve più, si rade al suolo per fare spazio a quello che verrà.

 

Tutto è transitorio e prima o poi smette di esistere. Saperlo ci crea sofferenza, perché la prima e più difficile impermanenza da accettare è la nostra. In Oriente questo concetto è abbracciato da tanti credo, e su questa base culturale la perdita è spesso vista come qualcosa di inevitabile. Più difficile l’accettazione in Occidente, dove la spinta emotiva verso ciò che è eterno e immutabile è più forte. L’impermanenza ci fa soffrire. Ho notato che spesso viene usato questo termine per farsi una ragione di quanto accade, ma nel mio intimo cerco di scavare per capire quanto l’uomo faccia perché il cambiamento si compia come processo naturale delle cose. Mi rispondo sempre meno, e che anzi, si comporti oggi come acceleratore di un processo altrimenti molto più lungo. Nulla è eterno, siamo d’accordo, ma quando è l’uomo a metter mano ai processi della natura e a usare l’impermanenza come scusa per le sue azioni, allora tutto crolla. Svuotare i mari, inquinare i celi, avvelenare la terra: impossibile parlare di impermanenza quando siamo noi stessi che mettiamo mano al processo di fine.

 

Quello che resterà di Tsukiji saranno le milioni di foto che si possono trovare nel mare immenso del web: i pescatori, le aste dei tonni, i vicoli tradizionali che tanto hanno attirato i turisti di tutto il mondo. Ne resteranno solo ricordi liquidi. Il mercato farà posto ad un parcheggio temporaneo in vista dei giochi olimpici e poi in futuro, chissà, un centro commerciale oppure un casinò. La mia vuole essere la testimonianza di un momento, quello esatto in cui la trasformazione si compie come innaturale processo delle cose che viviamo. È un paradosso su cui ho voluto riflettere durante quell'ultima notte.

©Luigi Stranieri 2017 all rights reserved 

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